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Malasanità: il valore del risarcimento nel 2026 a Roma e nel Lazio

  • studiolegalecarnev
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

risarcimento

Quando si sospetta un caso di malasanità, la prima domanda che viene spontanea è sempre la stessa: “Quanto posso ottenere?”


È una domanda assolutamente comprensibile. Tuttavia, partire dalla cifra rischia di essere fuorviante. Il vero punto non è quanto si può ottenere, ma se esiste davvero il diritto a ottenere un risarcimento.

E questo diritto non nasce da una sensazione o da un sospetto, ma da una verifica tecnica precisa, fondata su prove.


I presupposti del diritto al risarcimento: cosa va dimostrato davvero

Nel diritto sanitario italiano, ottenere un risarcimento non è automatico. Serve dimostrare in modo rigoroso tre elementi fondamentali:

  • che vi sia stato un errore o una condotta inadeguata da parte del medico o della struttura

  • che da quell’errore sia derivato un danno concreto alla salute

  • che esista un collegamento diretto tra errore e danno (il cosiddetto nesso causale)


Questo schema, che può sembrare teorico, è in realtà il cuore di ogni causa di responsabilità sanitaria.

Con l’introduzione della Legge Gelli-Bianco, il sistema è stato ulteriormente chiarito attraverso un modello a “doppio binario”, che distingue in modo netto la responsabilità della struttura sanitaria da quella del singolo medico.


Responsabilità della struttura sanitaria: cosa deve provare il paziente

La struttura sanitaria, sia pubblica che privata, risponde a titolo di responsabilità contrattuale, ai sensi degli artt. 1218 e 1228 del codice civile.

Questo comporta un aspetto molto rilevante: il paziente deve dimostrare l’esistenza del rapporto con la struttura (il cosiddetto contratto di spedalità) e il fatto che, a seguito della prestazione sanitaria, si sia verificato un peggioramento o una nuova patologia.

Una volta fornita questa prova, l’onere si sposta sulla struttura, che deve dimostrare di aver operato correttamente oppure che l’evento dannoso è dipeso da una causa imprevedibile e inevitabile.


Responsabilità del medico: un onere probatorio più gravoso

Diversa è la posizione del singolo sanitario.

Salvo che vi sia un contratto diretto con il paziente, il medico risponde a titolo di responsabilità extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c.

Questo significa che il paziente deve dimostrare non solo il danno e il nesso causale, ma anche la colpa del medico, ossia che vi sia stata negligenza, imprudenza o imperizia.

È evidente, quindi, che l’onere della prova è più complesso.


Il nesso causale: il criterio del “più probabile che non”

In entrambi i casi, il punto centrale resta il nesso causale.

Non basta dimostrare che qualcosa sia andato storto. Bisogna dimostrare che, con un elevato grado di probabilità, quel determinato comportamento sanitario abbia causato il danno.

Il criterio utilizzato è quello del “più probabile che non”: in altre parole, il paziente deve dimostrare che è più probabile che il danno sia stato causato dall’errore, piuttosto che da altri fattori.


In sintesi: cosa non basta

Per essere chiari:

  • non basta che qualcosa sia andato storto

  • non basta che il paziente stia peggio

  • non basta nemmeno che vi sia stato un errore

Serve dimostrare, con rigore tecnico, il collegamento tra una condotta sanitaria e un danno concreto.


Quanto si può ottenere nel 2026: il nuovo sistema di calcolo

Una volta accertata la fondatezza del caso, si può parlare di quantificazione economica.

In passato, il riferimento principale erano le Tabelle del Tribunale di Milano. Oggi, però, il quadro è cambiato.

La Legge Gelli-Bianco ha previsto che il danno venga liquidato sulla base di una tabella unica nazionale, disciplinata dall’art. 138 del Codice delle Assicurazioni.

Dal 2026, il riferimento è la cosiddetta Tabella Unica Nazionale (TUN), introdotta con decreto nel 2025 e applicabile su tutto il territorio, quindi anche a Roma e nel Lazio.


Da cosa dipende il valore del risarcimento

Il risarcimento non è arbitrario. Dipende da parametri precisi:

  • la percentuale di invalidità permanente

  • l’età del paziente (il valore diminuisce con l’aumentare dell’età)

  • l’incidenza del danno sulla vita quotidiana

  • le conseguenze relazionali e personali

A questi elementi si aggiunge la possibilità di una personalizzazione del danno: il giudice può aumentare l’importo se il caso presenta conseguenze particolarmente gravi o fuori dall’ordinario.


Le cifre: indicazioni realistiche

Pur con tutte le cautele del caso, è possibile individuare delle fasce indicative:

  • casi contenuti: 10.000 – 50.000 euro

  • casi medi: 50.000 – 300.000 euro

  • casi gravi: oltre 300.000 euro, fino a superare il milione

Ma è fondamentale chiarire un punto:👉 il valore dipende dalla capacità di dimostrare ogni voce di danno.


I casi che più spesso portano a risarcimento

Nella pratica, alcune tipologie di errore medico risultano più facilmente dimostrabili.

A Roma e nel Lazio, i casi più frequenti riguardano:

  • ritardi nella diagnosi, soprattutto oncologica

  • errori chirurgici

  • infezioni ospedaliere

  • complicazioni durante il parto

Si tratta di situazioni in cui il danno è evidente e la documentazione consente una ricostruzione chiara.


I tempi: un percorso lungo ma necessario

Un aspetto che spesso viene sottovalutato è la durata del procedimento.

Prima di iniziare una causa, la legge impone un passaggio obbligatorio: l’Accertamento Tecnico Preventivo (ATP), previsto dall’art. 696-bis c.p.c., oppure un tentativo di mediazione.

L’ATP dovrebbe concludersi entro sei mesi, ma nella pratica i tempi possono essere più lunghi.

Se la conciliazione non riesce, si avvia la causa, che può durare diversi anni.

👉 Una stima realistica è tra i 2 e i 5 anni.


Gli errori che compromettono il risarcimento

Molti casi non falliscono per mancanza di errore medico, ma per una gestione iniziale sbagliata.

Gli errori più frequenti sono:

  • non richiedere subito tutta la documentazione sanitaria

  • affidarsi a consulenze non specializzate

  • aspettare troppo tempo prima di agire

  • avviare un’azione senza una perizia medico-legale


Quando conviene agire (e quando no)

Non tutti i casi devono essere portati avanti.

Conviene procedere quando:

  • il danno è serio e documentabile

  • esiste una condotta sanitaria contestabile

  • il nesso causale è sostenibile

Non conviene quando:

  • il danno è minimo

  • le prove sono deboli

  • il caso si basa solo su una percezione


Quando si parla di malasanità, la differenza non la fa il problema, ma come viene gestito fin dall’inizio.

Un caso fondato, impostato correttamente, può portare a un risarcimento concreto. Lo stesso caso, affrontato senza metodo, può non portare a nulla.

Per questo motivo, prima ancora di parlare di cifre, è fondamentale capire se esistono davvero i presupposti.

E questo si può fare solo con un’analisi tecnica, seria e senza scorciatoie.


studio legale

FAQ

Tutti gli errori medici danno diritto al risarcimento?

No. Serve sempre la prova del danno e del nesso causale.

Quanto tempo ho per agire?

10 anni contro la struttura sanitaria, 5 anni contro il medico, con decorrenza legata alla conoscenza del danno.

Serve una perizia medico-legale?

Sì, è indispensabile per valutare il caso.

Quanto dura una causa?

Generalmente tra i 2 e i 5 anni.

Si paga subito l’avvocato?

Dipende dal caso e dal modello adottato.


👉 Richiedere una valutazione del caso è il primo passo per tutelare i tuoi diritti. Contattaci ora. https://www.studiolegalecarnevaligrimaldi.com/contatti



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